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A volte è meglio tacere e dare l'impressione di essere idioti, invece che parlare e darne la conferma.

giovedì 8 settembre 2011

Bound by law

Ho letto il fumetto Bound by law (menomale che c’è la traduzione in italiano!), è stata una lettura inizialmente bizzarra, ma poi coinvolgente, che mi ha dato un’idea di quali problemi va incontro chi prepara un documentario. Mi hanno sempre interessato i fumetti con contenuti “particolari”. Qualche anno fa mi fu consigliato da un mio ex professore, Maus di Art Spiegelman, che racconta l’assurda, tragica lotta dei gatti/nazisti contro i topi/ebrei, ripercorrendo la storia della famiglia dell'autore dagli anni Trenta fino all’Olocausto. Una lettura drammatica che non ha niente a che vedere con questo argomento, ma che mi è tornata in mente ora e magari può interessare a qualcuno.

Ritornando al nostro fumetto, si vede che il “fair use” in realtà è un’utopia, dato che per uso davvero accidentale di musiche, colonne sonore per pochi secondi, sono state richieste decine di migliaia di dollari. Sembra davvero che girare anche una sola scena di un film, sia un campo minato. Penso che non sia possibile girare un singolo spezzone che si voglia far sembrare naturale e quotidiano senza inserire riferimenti di vario tipo, alla musica in primo luogo, che permetta al pubblico di collocare subito i personaggi in un dato ambiente sociale, culturale e in una dato tempo. Se si toglie le colonne sonore dei cellulari, si impedisce ai personaggi di cantare, la conseguenza naturale e necessaria è che avremo un film girato in una landa desolata della Siberia e protagonisti con l’espressività di un robot. Anche a un non addetto ai lavori appare subito chiaro che le attuali leggi sul copyright non sono affatto vantaggiose per chi intenda creare nuove opere.
Quindi a meno che non si rientri nel caso del “fair use”, abbastanza improbabile, si deve negoziare una licenza di durata più o meno lunga; è veramente triste sapere che se non si ha i mezzi per rinnovare le licenza si deve togliere il documentario dalla circolazione.
Il copyright garantisce che l’autore sia pagato per la sua opera e che gliene venga sempre riconosciuta la paternità. Però giustamente il giudice Alex Kozinsky disse che ci deve essere un modus in rebus, che serve cioè un patrimonio di opere di pubblico dominio per alimentare la creazione di nuove opere. La metafora dell’uovo, per indicare che prima c’era solo un “guscio” di materiale protetto da copyright intorno a un “tuorlo” di dominio pubblico e adesso invece questo delicato equilibrio è stato rotto, è molto calzante e addirittura oggi il copyright non serve più all’autore, perché ne limita a monte il potere creativo.
Prossimo problema dopo i diritti d’autore, sono i marchi, i loghi. E questo appare ancora più difficile. Se ci giriamo intorno anche all’interno della nostra stessa casa, ovunque vediamo marchi: seduto davanti al computer vedo il registratore, la sveglia, le scarpe, lo zaino, i CD e DVD sulla scrivania…immaginare di girare una scena e dover togliere tutto ciò farebbe sembrare il tutto ambientato su Marte. Pare il copyright invece che incoraggiare la creatività, la limiti drasticamente, la uccida.

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